File declassificato da Londra su PCI dopo Berlinguer. “Sapeva essere formidabile ed era onesto”

La sua importanza è stata apprezzata da molti italiani solo dopo la sua morte inaspettata”. “È nel nostro interesse che il PCI continui a mantenere la sua indipendenza da Mosca. Dobbiamo tenerci ben informati ed incoraggiare il contatto e la comprensione”. “Il PCI Continuerà a rappresentare il grosso dell’opinione di sinistra”. “Cercherò di conoscere Natta”.

Downing Street ha declassificato, il 25 settembre del 2019, un file “Confidential” dal titolo Il PCI (Partito comunista italiano) dopo Berlinguer.

Il file desecretato da Downing Street

Il dispaccio, relativamente breve – sei pagine in tutto- è ricco di giudizi e analisi. È stato redatto nel 1984 dall’allora ambasciatore britannico a Roma Lord Thomas Bridges ed inviato al Foreign Office. Il barone Bridges, oltre a far parte della Camera dei Lord, è stato un diplomatico britannico di lungo corso. Dalla sua relazione si percepisce quanto profonda sia stata la sua conoscenza dello scenario politico italiano di quegli anni e del partito comunista.

Suggerisce al governo di Sua Maestà le linee guida da seguire, in primis, mantenere vivo il rapporto con il PCI che, grazie a Berlinguer, si è distaccato dal partito comunista sovietico.

Ambasciatore Lord Thomas Bridges

Lord Bridges inizia il dispaccio con un sommario, sempre confidenziale, al ministro degli Esteri britannico.

CONFIDENTIAL

FOREIGN AND COMMONWEALTH OFFICE

NBR 024/1

RELAZIONE DIPLOMATICA N.52/84

Distribuzione generale/economica

Italia

3 agosto 1984

IL PCI DOPO BERLINGUER

L’Ambasciatore di Sua Maestà a Roma

al Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth

SOMMARIO

Berlinguer ha presieduto il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. La sua importanza è stata apprezzata da molti italiani solo dopo la sua morte inaspettata. Tranne che nei momenti di crisi, il suo stile era quello di lavorare dietro le quinte. Ma sapeva essere formidabile quando necessario. Ed era onesto (paragrafi 1 – 3).

2. L’architetto del “compromesso storico” del 1976-78, la possibilità di una cooperazione di governo tra i comunisti e i Democratici Cristiani (DC), (par. 4 – 5).

3. La morte di Moro, le elezioni deludenti del 1979 e le critiche interne al PCI misero fine a questa politica. Fu sostituita nel 1980 dall’“alternativa democratica”, l’obiettivo dell’alleanza tra il PCI e i socialisti (PSI). Sembrava condannare il PCI ad una opposizione perpetua (paragrafi 6-7).

4. Nel frattempo, Berlinguer continuava a prendere le distanze da Mosca e a collocare il PCI fermamente nel campo occidentale. Alle elezioni europee del giugno 1984, il PCI ottenne, per la prima volta, più voti della DC (par. 8).

5. Il successore di Berlinguer, Natta, per quanto intelligente ed esperto, non è dello stesso calibro. Deve scegliere tra le strategie dell’opposizione perpetua, dell’alleanza con il PSI o della collaborazione con la DC. La prima è la più probabile nel breve periodo, anche se i problemi politici italiani hanno bisogno di qualcosa di più (par. 9 – 13).

6. Qualunque sia la scelta di Natta, il PCI rimarrà nel prossimo futuro una delle principali forze politiche italiane. Non è un partito comunista ortodosso, ma rappresenta la maggior parte dell’opinione pubblica italiana di sinistra. È nel nostro interesse che il PCI continui a mantenere la sua indipendenza da Mosca. Dobbiamo tenerci ben informati ed incoraggiare il contatto e la comprensione.

Enrico Berlinguer

CONFIDENTIAL

Roma, 3 agosto 1984

Sir,

       Il mio telegramma 45l analizzava la scelta del Partito Comunista Italiano (PCI) di Alessandro Natta come successore di Enrico Berlinguer nella carica di Segretario generale. Questo dispaccio cerca di valutare i risultati personali di Berlinguer e il compito che attende il suo successore.

Berlinguer

2. Berlinguer divenne il leader effettivo del PCI nel 1969 e rimase al timone, senza rivali, per tutti i travagliati anni Settanta. Se non fosse stato per la sua prematura scomparsa, è probabile che sarebbe rimasto in carica fino alla fine di questo decennio, tanta era la sua popolarità tra la dirigenza e gli iscritti al partito. Gli italiani si resero conto in pieno del ruolo indispensabile che Berlinguer aveva svolto per quindici anni per il PCI, solo quando il partito si trovò di fronte all’inaspettata necessità di scegliere un successore.

3. Pochi partiti comunisti, nell’ultima generazione, hanno prodotto un leader carismatico di tipo classico e Berlinguer non era certo uno di questi. La sua oratoria era efficace ma priva di umorismo e scialba; non era imponente fisicamente, né dotato di un’arguzia pungente come Andreotti; era troppo intellettuale e proveniva da un ambiente assai agiato per presentarsi in modo convincente come l’uomo più qualificato a comprendere le opinioni e le aspirazioni della classe operaia.

In effetti, si è sostenuto che il suo sostegno al “compromesso storico” con la DC fosse incompatibile con la lealtà e gli istinti di base degli iscritti al PCI, e che in seguito abbia dimostrato una scarsa capacità strategica passando alla politica diametralmente opposta dell’alternativa di sinistra. I suoi grandi punti di forza emersero dietro le quinte: capacità organizzativa, propensione al lavoro duro e soprattutto sangue freddo in caso di crisi. Per lunghi periodi ha guidato in maniera defilata, mediando tra le diverse opinioni o risolvendo gli scontri di personalità. Poi, nei momenti di vera difficoltà, per motivi esterni (Afghanistan e Polonia) o interni (l’assassinio di Moro), prendeva una posizione chiara e si assumeva la responsabilità personale di spiegarla al partito e all’opinione pubblica. In queste occasioni, poteva essere formidabile, come hanno scoperto a loro spese alcuni intervistatori. In questo modo, crebbe sia in esperienza che in prestigio. Soprattutto, era rispettato per la sua onestà. Non ci sono scandali legati al suo nome. Non tutti coloro che hanno pianto alla notizia del suo crollo erano elettori del PCI; la reazione di Pertini era come sempre in sintonia con la risposta emotiva di molti italiani.

Il compromesso storico

4. Berlinguer sarà ricordato soprattutto come l’artefice del compromesso storico. Questo prevedeva che il PCI cooperasse con la Democrazia Cristiana (DC) ed eventualmente entrasse nel governo centrale con essa o almeno con i loro componenti più “accettabili”. Il primo ostacolo di Berlinguer fu l’opposizione ideologica di molti militanti del PCI, ai quali il compromesso sembrava uno squallido gioco di potere. Poi dovette pazientemente convincere la DC che era nell’interesse di quel partito scegliere di allearsi con il PCI piuttosto che con i tradizionali partiti laici; parte di questo processo fu l’insistenza dei comunisti sul fatto che l’Italia non potesse essere governata senza di loro, sia a livello locale che nazionale.

5. Il compromesso storico si avvicinò alla sua realizzazione tra il 1976 e il 1978. La DC e il PCI, i due partiti di massa italiani, avevano assieme oltre il 70% dei voti e avrebbero potuto far passare in Parlamento qualsiasi programma economico su cui si fossero accordati, sulla scia della crisi petrolifera, con l’ulteriore vantaggio che il PCI avrebbe potuto fare molto per garantirne l’accettazione da parte del lavoro organizzato. I partiti laici erano allo sbando. Soprattutto di fronte alla grave minaccia terroristica e ai crescenti problemi economici, molti scrittori, industriali e magistrati non comunisti discutevano sulla necessità di una forma di governo nazionale che non dovesse escludere il PCI. In questo contesto, sembrava naturale che i governi di Andreotti, in questo periodo, fossero sostenuti dall’appoggio esterno del PCI.

L’“Alternativa democratica”

6. La morte di Moro nel maggio 1978 rimosse il co-architetto DC di Berlinguer e le elezioni del 1979 mostrarono il primo calo dei voti del PCI. Molti pensarono avventatamente che il partito avesse raggiunto il suo picco nel 1976 (con il 34,4%) e che avrebbe continuato a diminuire. Cominciava a sembrare che i socialisti di Craxi (PSI), e persino il piccolo partito repubblicano di Spadolini, potessero far breccia nei consensi del PCI. Ma la cosa più grave per Berlinguer erano le critiche alla sua strategia interna provenienti dalle fila del partito, soprattutto dai militanti che erano così vitali per il continuo successo del PCI.

Allo stesso tempo, l’umore della DC cambiò e non c’era più una maggioranza che desiderasse procedere per portare il PCI al governo centrale.

Con il senno di poi, si può notare che l’assetto, metà dentro e metà fuori del 1976-78, conveniva molto di più alla DC che al PCI, che sosteneva il governo senza avere ministri che lo influenzassero dall’interno.

7. Per un anno Berlinguer presiedette a feroci dibattiti interni al PCI prima di annunciare, alla fine del 1980, che il partito avrebbe perseguito non il compromesso storico ma l’“alternativa democratica”: un governo basato su un’alleanza PCI/PSI, ma senza escludere alcuni esponenti della sinistra della DC e di altri partiti. Si trattava di una ricetta per l’opposizione perpetua, poiché non ci fu mai la possibilità pratica di applicare la formula del fronte popolare: per il PCI, i socialisti sotto Craxi godevano di meno simpatia della DC; né Craxi era disposto a prendere in considerazione la possibilità di formare una coalizione con il PCI nella quale, con meno di un terzo dei voti, sarebbe stato il partner minore. Berlinguer doveva anche sapere che la reazione internazionale (soprattutto americana) ad un eventuale governo italiano di sinistra sarebbe stata spietata e avrebbe potuto addirittura farlo cadere; infatti, la sua determinazione a evitare gli errori e il destino di Allende aveva spinto la sua formulazione originaria del compromesso storico. Ma la ragione fondamentale del cambiamento di rotta verso l’“alternativa democratica” non era tanto quella di migliorare le possibilità di condividere presto i frutti della carica, quanto quella di soddisfare coloro che nel partito, per temperamento o ideologia, preferivano l’opposizione, e anche di attrarre nuovi consensi da parte di quegli elettori non comunisti che volevano cambiare il sistema dominato dalla DC. Tuttavia, non poteva nascondere la sua delusione per il fallimento della strategia più audace che era stata la sua prima scelta, e credo che abbia sempre creduto che la strada per il potere passasse attraverso la DC.

8. Nelle elezioni politiche del giugno 1983, il partito rimase fermo al 30%, ma nelle elezioni europee del giugno 1984 avanzò al 33,3%, superando per la prima volta la DC. Anche se la morte di Berlinguer, avvenuta la settimana precedente, ha indotto un voto di simpatia forse temporaneo, è una misura del suo successo il fatto che abbia tenuto insieme il suo partito e ne abbia ampliato il sostegno in un momento in cui gli altri partiti comunisti dell’Europa occidentale si stavano sgretolando. Per fare ciò dovette modellare il PCI per avvicinarlo di più ai partiti socialisti europei, come l’SPD tedesca, nel processo di calpestare o addirittura rompere alcuni cardini ideologici: a Parigi era più a suo agio con Mitterrand che con Marchais. Fece anche molto per rendere meno arcano il funzionamento interno del partito. Soprattutto ha dovuto collocarlo saldamente nel campo dell’Occidente, accettando la CE, rendendo omaggio alla NATO (il PCI ora invia parlamentari all’Assemblea Nord Atlantica) e utilizzando portavoce eloquenti come Napolitano per convincere gli alleati occidentali che le politiche del PCI non rappresentano una minaccia per loro. Come corollario di questa “occidentalizzazione”, le relazioni con l’URSS si sono deteriorate; Berlinguer ha rifiutato le sue pretese di leadership del movimento comunista nel mondo, e quando dopo la Polonia, nel 1981, descrisse la rivoluzione d’ottobre come una “forza esaurita”, le relazioni raggiunsero un nadir da cui erano risalite, ma di poco, alla sua morte.

Alessandro Natta

Natta

9. Il successore di Berlinguer non è dello stesso calibro. La sua età e i suoi trascorsi suggeriscono che sarà meno innovatore e più incline a continuare le politiche che si sono dimostrate vincenti, come la ferma opposizione al programma economico dell’attuale governo. È difficile immaginare che possa partorire un’idea tanto nuova come il compromesso storico o convincere il partito ad accettarla.

Ma Natta è troppo intelligente ed esperto per essere considerato un espediente temporaneo; e poiché il principio del processo decisionale collettivo è ben radicato nel partito, è improbabile che la sua nomina porti a cambiamenti immediati nella sostanza o addirittura nello stile.

Prospettive del PCI

10. Il successo di Berlinguer ha creato il dilemma di Natta: dove dovrebbe andare il più grande partito comunista dell’Europa occidentale e il più grande partito italiano? Possiamo lasciare da parte lo scenario apocalittico, di un collasso politico o economico seguito da un governo di salvezza nazionale che includa o sia addirittura guidato dal PCI. L’Italia è attualmente troppo tranquilla perché queste speculazioni azzardate siano valide e non figurano in nessuna analisi del PCI. Il partito deve scegliere tra tre strategie di base: l’opposizione perpetua, l’alleanza con il PSI o la collaborazione con la DC. Ognuna ha i suoi meriti e i suoi sostenitori. L’opposizione, che è stata la vera politica del PCI da quando Craxi è diventato presidente del Consiglio, porta vantaggi elettorali. Inoltre, assolve il partito dalla responsabilità delle decisioni prese a Roma, lasciandolo libero di influenzarle dietro le quinte (un processo costante) e di dominare le amministrazioni locali. Molti alla base del partito si sentono più a loro agio all’opposizione dopo quasi quarant’anni di opposizione. D’altra parte, i suoi leader non capiscono perché un partito che ha un terzo dei voti dovrebbe abbandonare ogni speranza di governare, privando così l’Italia, unico tra i grandi Paesi occidentali, di qualsiasi possibilità di un reale cambiamento della leadership o della politica nazionale. Temono inoltre di dare al partito un’immagine troppo negativa. Questo il motivo per cui il PCI, negli anni recenti, ha sposato a turno le altre due strategie.

11. L’alleanza con il PSI non è proponibile (a meno di un ripensamento del tutto inatteso) finché Craxi lo guiderà, anche se va più d’accordo con Natta che con Berlinguer. I due partiti collaborano ancora in molte amministrazioni locali, ma l’euforia degli anni Settanta è passata e in molti settori l’alleanza è ormai di convenienza. La disputa sul decreto salariale di Craxi ha aperto alcune profonde cicatrici.

Persino l’aritmetica parlamentare è rilevante: anche se in questa legislatura, per la prima volta, un governo di sinistra, in senso lato, riuscisse ad avere una maggioranza, sarebbe risicata.

Senza almeno l’acquiescenza della DC (o di una parte di essa) qualsiasi esperimento del genere sarebbe destinato a fallire. Ma come grido d’allarme per il PCI questa strategia ha un certo fascino, almeno in termini ideologici; dopo tutto, il simbolo del PSI contiene ancora la falce e il martello e ha un passato marxista rispettabile anche se un po’ lontano.

12. La terza strategia, la collaborazione con la DC, ha il vantaggio che ci sono ancora molti democristiani che sarebbero disposti a fare un tentativo in determinate circostanze. In teoria potrebbe produrre il governo più forte della Repubblica italiana. Ma le difficoltà per Natta, probabilmente sufficienti a scoraggiarlo, sono tre: il sospetto che, il governo che ne deriverebbe, debba produrre risultati rapidi e tangibili contro l’evasione fiscale, la corruzione amministrativa e così via, perché altrimenti la credibilità del PCI come partito che offre qualcosa di diverso ne risentirebbe; e l’opportunità per quei partiti rimasti fuori di usurpare il ruolo di opposizione del PCI e aumentare i propri voti. In altre parole, Natta dovrebbe guardarsi dal ripetersi degli eventi del 1976-78.

13. Credo che, nel breve periodo, la propensione di Natta sia quella di perseguire la prima strategia (opposizione) continuando a parlare in termini di seconda (alleanza con il PSI). Ma se si vuole porre fine all’attuale situazione di stallo della politica italiana – e forse non lo si farà – sarà grazie a qualche rinnovato tentativo di collaborazione tra i due partiti di massa. I partiti laici hanno dimostrato di non avere, né la forza né, con la reciproca sfiducia di Craxi e Spadolini, il senso unitario di intenti per fornire un’alternativa credibile. Il PCI deve quindi prendere tempo, conservare i propri voti e attendere la possibilità di un accordo con la DC a condizioni favorevoli. Ci riuscirà solo se la DC si indebolirà ulteriormente e perderà i nervi; al momento, dopo i risultati delle elezioni europee, la DC ha al contrario recuperato fiducia in se stessa. Anche in questo caso, sarebbe necessario un leader più giovane e dinamico di Natta per cogliere l’opportunità, perché la reazione dei partiti laici (per non parlare di Washington) sarebbe spietata.

14. Qualunque sia la tattica adottata, i comunisti italiani rimarranno nel prossimo futuro una forza con cui fare i conti, simile per dimensioni alla DC. Il fatto che abbiano superato la DC (il “sorpasso”) non è di per sé molto significativo; né lo sarebbe il suo ribaltamento alle prossime elezioni. L’importante è che il partito rappresenti chiaramente fasce ben definite della popolazione e che ispiri una devozione che altrove si trova solo in alcune aree fermamente cattoliche della DC. È anche molto organizzato, dalla base in su, e gode di un rispetto anche da parte dei suoi avversari che non è mai stato concesso al PSI.

I funerali di Berlinguer hanno ricordato entrambi questi aspetti.

Pagina del file desecretato – Foto di proprietà di Nicoletta Maggi

La politica del Governo di Sua Maestà

15. Dobbiamo trattare con il PCI come è, non come vorremmo che fosse. Non è un partito comunista ortodosso, né ci sono segni che sotto Natta possa tornare a un rapporto più stretto con l’URSS. Non scomparirà gradualmente, lasciando che il campo di battaglia politico sia conteso tra la DC e i partiti laici. Continuerà a rappresentare il grosso dell’opinione di sinistra in questo Paese, ad avere una grande influenza sul lavoro organizzato, e quindi a limitare le scelte dei successivi governi italiani e a influenzare la presentazione della politica governativa.

16. Quest’ultimo punto è di una certa importanza per noi. La politica italiana funziona per consenso e il PCI fa parte di questo consenso. Come ha dimostrato la storia del decreto sugli stipendi, se decide di fare ostruzionismo al massimo la legislazione del governo in Parlamento, può portare il governo quasi a uno stallo.

Ne consegue che, sia che questa Ambasciata deve essere ben informata sul partito, sia che non dobbiamo essere troppo impazienti con i governi italiani se scelgono di non assumere un profilo alto sulle questioni di politica estera – l’America Centrale, ad esempio, e molti problemi del Terzo Mondo – dove possono anticipare un dissenso politico non redditizio in patria. Al contrario, la gestione tranquilla e non dimostrativa da parte del governo del dispiegamento dei missili a Comiso è stata un esempio magistrale dei benefici che il sistema italiano può portare occasionalmente.

17. Non abbiamo praticamente alcuna influenza sullo sviluppo del partito. Ma noi (e i nostri partner della CE) non dovremmo perdere l’occasione di incoraggiarlo a rendere più solido e permanente il suo impegno nei confronti dei valori democratici dell’Occidente. Su questo punto, sono pienamente d’accordo con il mio predecessore (suo messaggio del 10 novembre 1982). (1) È nel nostro stesso interesse che il PCI mantenga la sua indipendenza da Mosca, in particolare sulle questioni di politica estera e di difesa. Maggiori contatti, sia a Roma che attraverso visite in Gran Bretagna di importanti dirigenti del PCI, aiuteranno il partito a rafforzare la sua identità nella forma plasmata da Berlinguer. Lo stesso vale e varrà per i regolari scambi di opinioni, in particolare in settori come la difesa, dove è inevitabile che ci sia disaccordo. Per questo motivo, in autunno cercherò di conoscere Natta e i miei collaboratori, a Roma e nelle sedi consolari, continueranno a coltivare i buoni contatti col PCI a livello nazionale e locale. Non c’è motivo di aspettarsi che il PCI entri presto nel governo centrale o che abbia un impatto maggiore sulla politica italiana: ma dobbiamo comunque prepararci a quel giorno.

18. Invio copia del presente dispaccio ai rappresentanti di Sua Maestà presso le sedi della CE, Washington, UKDel NATO, Mosca, e ai rappresentanti consolari in Italia.

Cordiali saluti Bridges

Informazioni su Nicoletta 128 articoli
Nicoletta Maggi è interprete simultanea e giornalista. Risiede nelle Marche, ma lavora da molti anni a Roma come addetto stampa. Ha lavorato in Inghilterra e in Germania.